[BP21k] La lezione dell’arte applicata: Programs, Arts and Crafts

La Grande Esposizione del 1851 presso il Crystal Palace di Londra rappresenta un punto di svolta epocale sia per il mondo artistico che per la nascente industria. L’esibizione rende popolare l’oggettistica e l’arredamento per interni realizzato per la prima volta con metodologie industriali di massa. La condizione materiale di vita dell’uomo nella società industriale è però spaventosa, come ci raccontano gli affreschi ironici e graffianti di Charles Dickens. Dieci anni dopo, la reazione netta del movimento “Arts and Crafts” contro la meccanizzazione dei processi produttivi che rendono l’uomo ruota dentata dell’ingranaggio produttivo. Compito alienante aggiunto alla miseria umana e morale della persona. Compromissione sostanziale e definitiva della dignità dell’essere umano.

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Arts and Crafts è per il ritorno ai valori degli oggetti realizzati a mano proponendosi come ‘arte onesta’, etica si direbbe oggi. “Opere di pochi per pochi”, è la risposta della critica, che ne sottolinea l’inaccessibilità economica da un lato e l’arretratezza rispetto alle opportunità, anche creative, che fornisce la nascente era industriale. Quest’arte onesta sembra rappresentare una inaccettabile limitazione creativa e non può non arrendersi di fronte all’accessibilità economica della produzione in serie. Difficile controbattere.

Pur tuttavia il movimento non muore del tutto e subisce un inatteso rinascimento per mano della galleria Arts and Crafts a Londra dopo oltre un quarto di secolo (nell’anno 1888).

L’Arts e Crafts delle origini vive nella contraddizione tecnologica, propugnando una forma ideale tradizionale e anti-moderna, non ha mai la forza di rinunciare sdegnosamente alla tecnologia, che viene vista con sospetto principalmente in virtù della portata alienante della sua applicazione alla catena di produzione.
Il nuovo Arts and Crafts realizza una imprevista conversione ad U ideologica per proporre gli stessi beni industriali come peculiarmente comparabili alle opere fatte a mano. Lavoro pioneristico di sconvolgimento paradigmatico compiuto degli architetti inglesi Wright e dello scozzese Mackintosh che aprono la strada all’Art Nouveau.

“Che rilevanza ha, ci si potrebbe chiedere, un oscuro movimento architettonico per i lettori di Software Development?” È deciso l’incipit di Warren Keuffel su uno dei magazine più seguiti dai programmatori. Così Keuffel trova inediti parallelismi tra l’Arts and Crafts e l’ascesa del software Open Source. I motivi? In primo luogo, come l’Arts and Crafts fu reazione allo statico paradigma artistico vittoriano, così l’Open Source rappresenta una reazione alla “blockierte Gesellschaft (società bloccata) che abbiamo accettato sul piatto d’argento di Microsoft.”
Ma altri paralleli abbondano secondo Keuffel. La rivoluzione industriale rende disponibili alla persona media, beni d’uso quotidiano prodotti in massa e a prezzo accessibile, allo stesso modo si loda Microsoft che rende accessibile l’informatica per tutti. Le similitudini non terminano qui: se le città dell’Inghilterra industriale ottocentesca sono piene d’immigrati sovraoccupati e sottopagati, non è non dissimile la situazione dell’industria high-tech che tenta sempre più frequentemente di evitare le formazione dei programmatori locali mentre paga a larghe mani i voti delle burocrazie pubbliche per aprire i cancelli di manodopera estera, sovraoccupato, poco sindacalizzata e sottopagata.

Anche se può sembrare poco elegante paragonare la regina Vittoria a Bill Gates, il movimento Arts e Crafts cresce come risposta degli artigiani-artisti ai mali sociali dell’Inghilterra proto-industriale attraverso il tentativo di aumentare la consapevolezza delle persone comuni sul fatto che gran parte delle antiche tradizioni artigianali e quindi della propria storia civile e sociale fosse in pericolo. È quasi perfetto, secondo Keuffel, il parallelo con l’Open Source che viene stato alimentato principalmente dall’insoddisfazione dei programmatori di talento nei confronti nel software di forza industriale, come quello di Microsoft, che travolge la componente umana e tradizionale dell’artigianato informatico per sostituirlo con la freddezza operativa di processo di produzione industriale in cui il programmatore non è che ingranaggio anonimo. L’Open Source definisce un campo in cui il ‘tradizionale’ è l’età aurea della condivisione del sapere informatico delle prime comunità degli Homebrew Computer Club.

Certo è difficile paragonare i tuguri squallidi dell’Inghilterra centrale alle splendide ville nei dintorni di Seattle occupate dalle legioni di milionari Microsoft infarciti di stock-options. D’altro canto è fin troppo semplice dimenticare che per ogni baciato dalla fortuna milionaria Microsoftesca ci sono decine o addirittura centinaia di Microservi dal lavoro temporanei, nel campus di Seattle così come nell’infinita teoria delle microimprese dell’indotto, che la macchinetta generasoldi di Bill Gates trascura e relega ad una situazione precaria ai limiti della sussistenza (cfr. Cowpeland, Microserfs)

Principale teorico ed animatore dell’Arts and Crafts fu William Morris, uomo ancorato ai valori del Rinascimento. Poeta, progettista, disegnatore, tipografo, artigiano e in molto più tardi nella vita socialista impegnato e umano. Morris fu uomo in cui fortissima scorreva una forza estetica. Per quanto gran parte della sua opera si basò sulla rivalutazione della produzione tradizionale, non smise mai di adottare tecnologie e idee moderne. Non rifiutò gli avanzamenti della scienza e della tecnica e si pose in netto contrasto con l’ideologia Luddita avversa a macchinari e tecnologie come estremo di un malinteso privilegio naturale del rapporto con l’Uomo. Morris utilizzò macchine, e ne progettò anche in campo tessile, laddove fosse chiaro che dal loro uso non risultasse una disumanizzazione del ruolo operaio, e laddove l’afflato creativo umano fosse, per tramite della ruota dentata e dello sbuffo di vapore, moltiplicato e non depresso.
Ma se il Software Libero è il portato dell’Arts and Crafts nella moderna programmazione dei computer allora il moderno Morris non può che essere Richard M. Stallaman. Che Richard Stallman rappresenti una sorta di moderno William Morris, però, fa sorridere.
Richard Mattew Stallman, fondatore della Free Software Foundation, abbraccia una visione della società simile a quella di Morris e stimola il riconoscimento del valore intrinseco dello sforzo artigianale che permea ovunque nello sviluppo del software ‘fatto da uomini per gli uomini’, ma è persona completamente differente. Laddove Morris colpisce per la poliedricità delle proprie produzioni, Stallman stupisce per l’incredibile monotematicità, e spesso monotonia. Laddove l’umanità dolente di Morris lo porta ad accogliere una forte venatura politica e polemica, Stallman invece pur dichiarando il campo delle proprie idee rimane in un certo qual modo ecumenico e indifferente all’umanità.
Nel mondo informatico Stallman è noto quanto William Morris lo è in quello artistico. Ha raccolto una quantità di riconoscimenti pubblici e privati: nel 1990 diventa fellow della Mac-Arthur Foundation (una sorta di premio Nobel dell’informatica); nel 1991 l’Association for Computing Machinery gli ha assegnato il Premio Grace Hopper per lo sviluppo di Emacs; nel 1996 riceve un dottorato onorario dal Royal Institute of Technology in Svezia, nel 1998 riceve il Pioneer Award della Electronic Frontier Foundation insieme a Linus Torvalds e nel 1999 il Premio intitolato a Yuri Rubinsky.

Tra i due è possibile ritrovare persino una cospicua somiglianza fisica (vedi figura \ref{fig:morris} e \ref{fig:rms}), ma le interpretazioni di Keuffel sono forzate e parziali.

Ma il mondo della Programmazione ha infatti trasceso la limitata portata della sua avversione alla vittoriana maestà della Microsoft. È cresciuta ben oltre, recuperando tradizioni estetiche più profonde.

William Morris - Richard Stallman

William Morris - Richard Stallman

Categories: Computer Society, programming, Scritture

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