L’open-source una religione?

L’open-source una religione? Forse la parole ‘religione’ ha un aspetto negativo ed irrazionale che rende male il concetto. Però nella sostanza la questione, per alcuni, non è dissimile, e non è neppure sbagliato che lo sia.

Faccio un esempio: “open source”, in senso lato, significa anche l’adozione di metodologie ‘aperte’ e trasparenti nella realizzazione dei propri prodotti, e di un livello di replicabilità dei processi che l’approccio proprietario non sempre può permettersi. La scelta di ricorrere a questa modalità può essere imposta dalla ‘missione aziendale’ (ad esempio un ente pubblico dovrebbe farlo per tanti ovvi motivi) o un ‘modo di intendere il business’. In questi casi se non di ‘religione’ (con le sue connotazioni a-scientifiche e irrazionaliste) senza dubbio si può parlare di ‘filosofia’ o ‘morale’.

Questo sarebbe un male? Io non credo.

Può però essere inefficiente ed inefficace. Inefficace perché la scelta aprioristica deve fare i conti con quello che c’è sul mercato e non sempre c’è qualcosa di sufficientemente adeguato. Inefficiente perché gli equivalenti proprietari potrebbero, e spesso lo sono, migliori. Il non essere ‘talebani’ può significare pesare opportunamente queste cose, negli interessi del cliente, specie quando si tratta del cittadino.

Ma d’altro canto nella valutazione di medio-lungo periodo sull’efficacia e l’efficienza di una soluzione, vengono sempre correttamente valutati i costi ‘nascosti’ in una scelta proprietaria?

Ad esempio: il costo dell’innovazione ‘obbligatoria’ guidata dalle scelte commerciali di qualcun altro, il costo della esternalizzazione della conoscenza sulle componenti infrastrutturali del proprio business, e via dicendo.

La mancata valutazione di questi aspetti (che è assolutamente all’ordine del giorno nelle scelte ‘manageriali’ nel campo IT) a cosa è da ascrivere?

Non volendo parlare di ignoranza spesso si tratta di ‘fiducia nel vendor’.

Quanto questo sia di natura differente dalla ‘religione dell’open-source’ non spetta a me dirlo, ma senza dubbio ha provocato un bel po’ di ‘default’, credo molti di più del contrario (ma non sono paragonabili per dimensionalità, d’accordo).

Come ha detto qualcuno le imprese proprietarie sono fallibili, oppure cambiano idee sulle proprie prospettive di business o per motivi totalmente non percepibili dai propri clienti si ritirano dai mercati o non accudiscono i propri prodotti.

Credo che esista un fattore di rischio specifico nel software proprietario che sta nella ‘cortina fumogena’ che queste aziende alzano tra i clienti e il proprio processo di produzione che impedisce di ‘capire’ qual’è il vero stato del progetto, quanto l’azienda ci sta veramente investendo e quanto invece non sia esclusivamente cosmetico l’impegno che vi profonde (diciamo che questa è una cosa abbastanza Vista, no?). Nell’open source la vitalità e la maturità di un progetto sono (quasi) immediatamente percepibili.

Se proprio di religione si vuole parlare allora bisognerà accettare che ve n’è in ambedue i cieli (e io credo più in quello proprietario che in quello open-source, ma solo perché fino ad oggi è stata la “religione di stato” e maggioritaria).

Si può però anche dire che nell’open source mancano i papi, i sacerdoti e gli stregoni che impediscono ai “fedeli” di vedere con i propri occhi cosa sta facendo dio.

Io, che sono un veterano anticlericale, ho fatto la mia scelta di fondo, ma so bene che non si può fare di tutta l’erba un fascio e, soprattutto per i produttori più piccoli, questo discorso vada ampiamente mitigato.

Il problema, in ultima analisi, forse non sta tanto nella dicotomia tra software open-source e software closed-source, ma in quanta openness c’è nei produttori, quasi scontata in un modello di business open-source, ma che può benissimo esserci in un modello (anche parzialmente) proprietario.

Categories: Software Libero

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